Piccoli silenzi ideali

http://dweb.repubblica.it/dweb/2010/06/05/attualita/attualita/073lit69773.html

Piccoli silenzi ideali

nuovi atteggiamenti Un libro made in Usa, l’ultimo cd di Capossela, il passo di un gatto che si avvicina, la performance della Abramovic… Vedi alla voce “cercare un senso in un mondo di rumore”

di Michele Neri

Foto di G.Del Brenna/Luzphoto
Foto di Lucie & Simon/Picturetank
Foto di NasaImages

Se non fosse per prof e maestre che ancora intimano “Silenzio!” in classe, non c’è più nessuno che abbassi la manopola del volume per noi, e il rumore è diventato un’entità nemica, astratta, manipolata, estranea. Emergenza sanitaria. Produciamo suoni per schermarne altri; per proteggerci ci escludiamo dalla percezione dell’esterno. Orfani coscienti di giorno dell’equilibrio tra rumore e quiete, anche mentre dormiamo i lampi di traffico e complici fanno salire pressione, stress, battiti cardiaci. Ma se ricominciassimo ad ascoltare il mondo, forse imporremmo un altro suono. È ora di cambiare la nostra dieta acustica. Per una somma di ragioni commerciali, ambientali e culturali, ci ritroviamo indifesi in una vita di rumori non decisi da noi. In attesa che questa catastrofe ambientale venga presa sul serio dalle alte sfere (municipali, europee), il silenzio e la sua necessità sembrano riaffiorare nelle nostre giornate: in modo ancora imperfetto, casuale, disorganizzato. Ma il suo tornare a farci visita e ad attrarci è l’inizio di una rivoluzione. Dietro un muro di auto in coda, un uomo di mezza età seduto sull’unica panchina, sotto l’unico albero di una piazza, lavora al computer protetto da cuffie gigantesche; le stesse che sottopongono a rischi seri roller, ciclisti, “podoni” (meglio l’originale podestrians), che s’immettono nel traffico senza guardare né sentire. In alto, queste nevrotiche nuvole di maggio ricordano come la grande Nube islandese (vera prof di una volta) sia stata accolta da molti come un silenziatore universale. A una sorta di momentaneo e spiazzante impatto zero sonoro, richiamano tutte queste domeniche primaverili cittadine di maratone, corse, pedalate; anche se forse la più efficace e consolatoria è stata la giornata di silenzio preelettorale di marzo. Aumentano i momentanei e spesso di facciata ritiri in convento o i guerrieri slow motion di tai chi nei parchi. Scendo le scale mobili, consapevole che a Milano si è da poco tenuta la prima udienza in Italia che metta sotto accusa non solo le metropolitane milanesi per il fragore dei convogli (in un tratto la linea 3 supera i brutali 111 decibel), ma anche la proiezione di filmati pubblicitari a squarciagola sulle banchine di attesa. Il silenzio, o almeno un’umanistica assenza di rumori, ci colpisce in profondità. Centinaia di “visitatori” dell’installazione vivente di Marina Abramovic al Moma, The Artist is Present, non hanno retto al suo mutismo incarnato e si sono commossi, come si vede nelle foto di Marco Anelli (www.marinaabramovicmademecry.tumblr.com). Penso che The Road, il film appena uscito e tratto dal celebrato romanzo di McCarthy ferisca più per l’afonia materiale di tutto quello che non esiste o funziona più che per le tragedie umane e ambientali. Il nuovo romanzo di Don DeLillo, Point Omega, è il libro più zitto mai scritto: descrive il tentativo di un anziano stratega militare e di un giovane regista di isolarsi nel più ampio spazio possibile, un deserto senza punti all’orizzonte, per sfuggire all’implacabile countdown nelle città, di comunicazione, trasporti, lavoro, luogo dove il tempo è stato scippato alla natura e embedded nell’artificiale. L’omega è la fine della coscienza umana, “un salto fuori dalla biologia”: seduti su un porticato davanti alla sabbia crepuscolare, non dicono nulla che vada ascoltato. Che senso hanno le dormienti ghost tracks sempre più presenti nei dischi? (Nell’ultimo di Capossela – Da solo – il gap sonoro tra gli ultimi due brani, dura sette minuti e diciannove secondi. Qualcosa risponde il suo brano inedito, “Porto rancore al silenzio”, che si trova in rete). Qual è, tra le cose umilianti, lo scopo dell’acufene, quel fischio all’orecchio, sempre più diffuso, inspiegabile, refrattario alle cure? È un filtro, un ammortizzatore tra il fruscio di fondo dei pensieri, quando questi diventano troppo confusi, e quello esterno che spesso sembra volerci divorare? Meglio un sibilo che le pubblicità ripetute ossessivamente dagli schermi delle stazioni: il treno non arriva, il messaggio ripetutamente sì? La cultura è evoluzione verso il silenzio, come diceva all’inizio del Novecento l’attivista antirumore Theodor Lessing? Speriamo non soltanto, ma decenni di passività rispetto alla colonna sonora della vita ci hanno fatto scordare che la pace non è tanto assenza di disturbi quanto capacità di distinguere tra stimoli importanti e no; è una reazione calma al mondo. L’anno prossimo l’iPod compie dieci anni: la ragione del suo successo forse l’averci restituito un flusso continuo di esperienza contro tutte le discontinuità fastidiose a cui siamo sottoposti in luoghi e non luoghi. (Il prezzo è l’isolamento e il rischio della sordità). Nato per l’ascolto, è diventato lo strumento per non sentire. Non avrei visto con chiarezza questi pensieri che pur mi accompagnano da sempre (basta il ritiro notturno del vetro sottocasa – il mio punto omega acustico), se non avessi letto un’inchiesta spartiacque (sta al rumore come il libro Se niente importa di Jonathan Safran Foer al consumo di carne): In Pursuit of Silence di George Prochnik, scrittore e giornalista di Brooklyn. Il sottotitolo spiega meglio lo scopo dell’indagine che non è quella di individuare il silenzio assoluto (indefinibile e semmai vincolato a religione, meditazione, isolamento e morte), ma Cercare un senso in un mondo di rumore. Prochnik spiega che “alla base della ricerca c’è il fatto che ho sempre avuto grande affinità con il silenzio. Forse per la mia passione per la lettura. Invecchiando mi sono accorto che ce n’è sempre meno a disposizione e ho voluto capire se era così, o stavo solo diventando un vecchio rompiballe. Non parlo della pace per pochi, di penthouse perfettamente isolate, di terme, viaggi o ritiri spirituali: parlo del silenzio democratico, quello in cui crescono i bambini e tutte le persone di una città come New York. Ho cercato di capire se ci sono le premesse per un nuovo atteggiamento, dove le persone vogliano di nuovo ascoltare l’altro e il mondo. Mi sono accorto che oggi stiamo tutti cercando di proteggerci da un ambiente ad alto volume e che con la sua aggressività ci trasforma in individui isolati e spaventati. Ma ascoltare è condizione dell’empatia. Mentre il rumore è una delle cause dirette di quest’epoca di distrazione costante e di isperstimolazione. Stiamo diventando creature costruite di rumore: cercare sempre più stimoli riduce la nostra capacità di sentire”. Nella sua ricerca di “quell’equilibrio di suono e pace che ottimizza la nostra percezione sensoriale”, l’autore ha incontrato astronauti che delle loro passeggiate nel vuoto ricordano un silenzio descrivibile soltanto come una vista potenziata. Ha scoperto quanto il silenzio sia stato l’aiuto fondamentale per i fanti impegnati in Iraq (la legge per sopravvivere è: stop look listen smell, e di notte niente è più prezioso dell’udito). Dalla scienza ha imparato che una delle armi brutali di Hitler era la frequenza della sua voce: un valore costante di 228 vibrazioni, prossimo alle 220 della rabbia, è molto convincente. L’evento per noi sinonimo di caos fragoroso, il big bang dell’universo, è stato invece un momento di pace estrema, perché l’espansione iniziale era il risultato armonioso di un omogeneo rilascio di energia. Prochnik si è documentato sui 45mila infarti causati ogni anno negli Stati Uniti dalla “musica” del traffico e sui 67 milioni di europei esposti allo stesso rischio. Un dato: secondo la World Health Organization i rischi per la salute derivanti dal frastuono del traffico superano del 40% quelli provocati dall’inquinamento. “È evidente che c’è un collegamento tra il deficit di attenzione dei bambini e il loro crescere tra giochi urlanti, televisione, lettori mp3, strade rumorose, negozi, ristoranti, centri commerciali, negozi, ristoranti sempre loud. È come se facessero una dieta di anfetamine sonore”. Luoghi e quasi luoghi della nostra vita sono passati dall’uso di una musica di sottofondo a una vera e propria colonna sonora continua, invadente, creata per definire l’atmosfera del luogo e spingere al consumo e sbattuta in faccia al cliente. Da una parte c’è una società come la DMX di Austin (spiega Prochnik) che costruisce per clienti di ogni genere e di tutto il mondo la loro identità sonora (o branding acustico). Nel caso di Abercrombie & Fitch il messaggio è: chi entra qui è come se fosse uscito di casa per andare a un vero e proprio party (il buio dei negozi fa il resto). Dall’altra il nostro udito che è in sé un sistema di amplificazione (retaggio di quando i nostri antenati mammiferi dipendevano dalle loro orecchie per sopravvivere tra un predatore e l’altro). La nostra sensibilità è diventata per noi fragilità. Il rumore di fondo avvilisce anche a colpi di banalità e ripetizione. L’equazione situazione etnica canzone etnica è ottenebrante. Quanto quella cultura-musica fighetta. Perché dovrei comprare più libri se ripassano ancora i Gotan Project? Solo il genio di Bob Marley riesce a proteggere ancora “No Woman No Cry” dal suo sfruttamento indemoniato (manca solo negli ospedali). Una regia inconsulta, a furia di mandarlo in onda nelle sale d’attesa di ogni tipo, ha trasformato un brano piacevole come “Smooth Operator” di Sade in un incubo molliccio. Se la musica spaventosa antefilm nei cinema sembra in estinzione, cenare anche in un ristorante di lusso senza un’orrida colonna sonora – come ha scritto Peter Jon Lindberg in Bad Music in Public Spaces – è sempre più difficile. “The Lady in Red” all’inizio di un menù degustazione di nove portate lo ha gettato nella disperazione. Una versione orchestrale di Mandy ha fatto il resto. “Per milioni di persone il silenzio non ha nessun significato – dice Prochnik -, dobbiamo tornare a un equilibrio sonoro”. Come? Azioni ci sono. Dai comitati di quartiere ai difensori dei consumatori, all’Unione Europea, che nel 2002 ha varato la European Noise Directory (END): stabilisce massimi di decibel accettabili e ha dato incarico ai paesi di tracciare mappe del rumore, partendo dalle città con più di 250mila abitanti. Ritardi a parte, “lo scopo di queste misure è difendere politicamente il silenzio andando contro chi crea rumore, quando ciò che servirebbe è creare spazi di silenzio”. È giusto abbassare il volume, ma non basta. A dover essere preservato non è solo il sonno necessario per ritrovarsi freschi per il lavoro. Si rischia di sfrondare il rumore umano (anticipando la chiusura dei locali), permettendo però a quello meccanico, artificiale, pubblicitario di continuare indisturbato. “Più che partire dalla mappatura del rumore, è necessario fare passi concreti di riduzione e di miglioramento dell’ambiente sonoro (soundscape): costruire barriere sonore, ridirigere il traffico, creare parchi “tascabili”, usare gli effetti benefici dell’acqua. Dato che il silenzio di cui abbiamo bisogno è più che altro un variegato insieme di suoni da riscoprire, penso che il miglior intervento sia quello di architetti, urbanisti e altri professionisti per la creazione di soundscapes diversi, come ho visto fare in Scandinavia. Basterebbe creare spazi pubblici che non abbiano né musica né traffico”. Per prendere coscienza del nostro menù acustico, si può cominciare da un elenco di rumori insostenibili e silenzi ideali. Per i secondi, la definizione dell’autore è: “La condizione in cui io possa sia sentire la ricchezza dei suoni attorno a me sia seguire a fondo i miei pensieri. Per crearmi un piccolo spazio di quiete vado a passeggiare ogni giorno in un parco di New York”. Mi permetto di abbozzare una breve lista parziale di altri silenzi urbani tascabili: quello delle cabine armadio, dell’accappatoio dopo la doccia, dei parcheggi di notte, dei passaggi a livello chiusi, dita sulle mappe, gatti che si avvicinano… Il fine rumore forse più gradito: quando l’allarme giù per strada si spegne e quei cinque secondi in cui prima non ci credi poi sai che è vero.
Se non fosse per prof e maestre che ancora intimano “Silenzio!” in classe, non c’è più nessuno che abbassi la manopola del volume per noi, e il rumore è diventato un’entità nemica, astratta, manipolata, estranea. Emergenza sanitaria. Produciamo suoni per schermarne altri; per proteggerci ci escludiamo dalla percezione dell’esterno. Orfani coscienti di giorno dell’equilibrio tra rumore e quiete, anche mentre dormiamo i lampi di traffico e complici fanno salire pressione, stress, battiti cardiaci. Ma se ricominciassimo ad ascoltare il mondo, forse imporremmo un altro suono. È ora di cambiare la nostra dieta acustica. Per una somma di ragioni commerciali, ambientali e culturali, ci ritroviamo indifesi in una vita di rumori non decisi da noi. In attesa che questa catastrofe ambientale venga presa sul serio dalle alte sfere (municipali, europee), il silenzio e la sua necessità sembrano riaffiorare nelle nostre giornate: in modo ancora imperfetto, casuale, disorganizzato. Ma il suo tornare a farci visita e ad attrarci è l’inizio di una rivoluzione.

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